giovedì 3 ottobre 2019

The History of Toy Soldiers di Luigi Toiati

Per parlare di questo libro così come per scriverlo ci vuole molta passione. E comprensione. Non è facile nel 2019 parlare di "Toy Soldiers", di soldatini giocattolo, e pongo l'enfasi sulla parola "giocattolo". Io ho sempre avuto una passione per questo tema, instillatomi da una famiglia di militari. Non ho ovviamente la grande ed enciclopedica conoscenza di Luigi Toiati, che riesce a distillare in questo voluminoso libro, edito da Pen&Sword,  tutta la sua passione per questo hobby. Attraverso 17 capitoli che possono essere letti anche separatamente l'uno dall'altro Luigi Toiati ci guida attraverso la storia del soldatino, che nasce addirittura millenni fa, spesso per altri scopi oltre che ludici. Si narra l'evoluzione di questo particolare passatempo che viene via via ad assumere un connotato collezionistico vista la pregevole fattura di molti esemplari. Non solo: ogni tipologia conosce un periodo di particolare successo, o come potremmo dire, di moda. Ci sono soldatini di carta, soldatini piatti, soldatini solidi. Ogni tipologia è trattata e al libro contribuiscono anche altri collezionisti ed esperti come Don Pielin, Rob Wilson, John Tunstill e Gisbert Freber che raccontano la loro esperienza di appassionati. Quest'hobby può risultare molto costoso e al momento si trova in una fase che suppongo non venga molto condivisa dall'autore, poichè il soldatino giocattolo sta perdendo il connotato di "giocattolo" per entrare nel mondo più "verista" o "realista" del modellino. La ricercatezza delle uniformi, del realismo facciale e di posa, relegano il vero e proprio soldatino giocattolo a un ruolo marginale e forse ancora più ricercato e raro. L'origine di questa nuova tipologia di soldatino è trattata dall'autore nel capitolo 13 e seguenti, ed è la tipologia di soldatino che ho conosciuto io, con l'avvento del modellismo per tutti (con le scatole della nota casa Airfix o più recentemente della Dragon), una tipologia che ovviamente nel mare magnum della storia del soldatino rappresenta solo una piccola goccia. Tuttavia pur dichiarando che questa tipologia di soldatino esula dallo scopo del libro (ricordate, l'enfasi sulla parola "Toy")  l'autore ancora una volta sfodera la sua competenza e passa a descrivere una serie di case produttrici o artigiani indipendenti che si sono cimentati nella creazione di questi soldatini tendenti al "modello" più che al "gioco". Devo confessare che pur sentendomi un esperto, poichè collezionista di questa "New Wave" del soldatino molti nomi tra quelli elencati mi sono risultati sconosciuti. E questo a dimostrare che Toiati è l'enciclopedia del soldatino. D'altronde egli ha lavorato per anni nel ramo, con la ditta creata da Edward Suren (Willie) e poi in proprio creando la Garibaldi & Co.Toy Soldiers. Egli per ogni ditta, molte delle quali sparite purtroppo, elenca brevemente storie, anni di attività e ogni minima caratteristica possibile, per quanto siano moltissime le ditte citate (oltre 600!). E' un libro che non è ovviamente solo un catalogo ma anche un viaggio nella nostalgia di ditte scomparse, di emozioni create da quel mondo di soldatini, nato magari per le classi abbienti (visto il costo delle materie e dei piccoli set curatissimi e artigianali) e che poi si è diffuso per tutti, anche magari con l'avvento della plastica. E' un mondo variegato, che va dal soldatino piatto a quello di carta, al solido stilizzato al modello costoso per chi vuol ricreare un diorama. Qui forse c'è un passaggio, come scritto, e l'autore, esaminando una delle ditte più famose al giorno d'oggi (forse la più famosa) non ne loda gli ultimi progressi fatti di realismo. Ma se l'autore Luigi Toiati mi concede, anche questa è un'altra delle tante anime di questo bellissimo hobby che dura da migliaia di anni e che se ha mietuto milioni di "caduti" nella fantasia e sul tavolo di battaglia, non ne ha mai fatto uno nella realtà e questo è una cosa bellissima.
Un grazie di cuore a Pen&Sword per avermi fornito il libro per la recensione.

Titolo: The History of Toy Soldiers
Autore: Luigi Toiati
Pagine: 621
Link: https://www.pen-and-sword.co.uk/The-History-of-Toy-Soldiers-Hardback/p/16382





















martedì 1 ottobre 2019

The Wars of the Roses di John Ashdown-Hill

John Ashdown-Hill è stato un grande storico con un particolare interesse per la Guerra delle Rose. Ma già dovrei dire, riprendendo il titolo, che il termine "guerra" è improprio, perchè si tratta di tutta una serie di conflitti, caratterizzati da grande brutalità ma anche da moltissime pause. Si può definire l'inizio di quel conflitto prettamente dinastico con l'anno 1455 e la fine con il 1485. Due generazioni di persone si sono scontrate per diversi motivi. Ashdown Hill nel suo libro esamina tutte le fasi di questo conflitto, che è stato reso noto da una serie di opere teatrali di Shakespeare (a dire il vero molto di parte, dato che glorificavano la trionfante dinastia "Tudor" - o "Beaufort"come sagacemente afferma Ashdown-Hill).
Il principale motivo era l'ascendente di una serie di parenti su quello che era un re debole e malaticcio, Enrico VI, a cui serviva il sostegno dei vari zii o cugini, che cercavano più o meno di influenzare o di supplire al suo governo. Questo Re, figlio del valoroso Enrico V trionfante ad Azincourt nel 1415, si era sposato con una donna molto forte, Margherita d'Angiò. Questa nobildonna francese aveva preso le parti dei duchi di Somerset (i Beaufort) contro il ramo degli York. Ashdown Hill è bravissimo a spiegare bene quali erano i rami delle famiglie e chi aveva la precedenza in una eventuale successione. Senza ombra di dubbio Ashdown Hill (che si spese molto per il ritrovamento e il riconoscimento della salma di Riccardo III) parteggia per gli York ed è un Riccardiano convinto, anche se Riccardo III è solo una parte della storia delle Guerre delle Rose. Lo storico smonta sapientemente anche la mitologia riguardante i due fiori, la rosa bianca attribuita a York (vero) e quella rossa attribuita ai Tudor (meno vero), che diedero il nome al conflitto.
Questo conflitto vide una serie di alterne vicende che darebbero del filo da torcere (e in effetti lo hanno in parte ispirato) agli sceneggiatori de "Il Trono di Spade". Il conflitto dapprima per l'ascendenza sul re da parte di York (Riccardo di York , padre di due re , Edoardo IV e Riccardo III) e di suo nipote Riccardo Neville, detto poi "il creatore di Re", e poi dopo la morte di Riccardo di York e l'ascesa di suo figlio Edoardo IV per il trono, iniziò con una battaglia, quella di St. Albans, che però stabilizzò il regno (con la vittoria degli York sul partito del Re, di Margherita d'Angiò e dei Beaufort) solo per qualche anno. Nel 1460 infatti vi fu la morte in un agguato avvenuto presso il castello di Sandal del Conte di Salisbury, padre di Riccardo Neville, di Riccardo York e del figlio mezzano di questi Edmondo conte di Rutland. I tre furono decapitati come monito e le loro teste infisse sulla porta della città di York (Micklegate Bar) . In questa breve fase la palla era passata a Margherita d'Angiò e a suo marito, il debole Re Enrico VI.
Ma questa fase di predominio Lancasteriano (la casata di Enrico VI) fu breve, poichè la sconfitta di Riccardo di York e l'uccisione di suo fratello e suo padre galvanizzò il portentoso primogenito di York , Edoardo che con una serie di battaglie culminanti con quella di Towton, distrusse la resistenza del partito del Re Enrico VI , riuscendo a farsi proclamare re come Edoardo IV.
Tuttavia in questi anni di relativa pace, una donna, venne a turbare l'armonia yorkista. Elisabetta Widville era infatti una giovane vedova di un cavaliere caduto per la causa lancasteriana che riuscì a far colpo sul Re Edoardo (l'altro era in esilio) , non indifferente alla bellezza femminile. Come afferma con dovizia di dati in un altro libro recensito qualche tempo fa, Edoardo però era già sposato segretamente con una donna di nome Eleonora Talbot, e si sposò di nuovo, segretamente, con questa Elisabetta Widville. Questa cosa mise in serio imbarazzo tutto l'entourage del re, in primis suo cugino, Riccardo Neville, il creatore di re, che invece aveva già trovato un partito molto più regale per il focoso Edoardo. Questo e la tendenza della moglie a piazzare i suoi numerosi familiari in posizioni di potere creò un'inimicizia tra Riccardo Neville , il fratello di Re Edoardo,Giorgio Duca di Clarence che organizzarono un esercito e sconfissero Re Edoardo facendolo prigioniero e facendo decapitare il suocero, padre di Elisabetta. Ma purtroppo i loro piani di cercare di far ragionare Edoardo finirono male , così dovettero scappare in Francia. Edoardo tornava sul trono.
Warwick (il titolo di Riccardo Neville) e Clarence non si rassegnarono. Arrivarono al punto di allearsi con l'esiliata Margherita d'Angiò, con suo figlio (già grande) il Principe di Galles,  per tornare in Inghilterra e rimettere sul trono l'imprigionato Enrico VI e farla finita con Edoardo e i Widville.
Warwick che aveva alcune figlie e ne aveva fatto sposare una a Giorgio di Clarence, cementa l'alleanza con Margherita dando in sposa Anna Neville al giovane principe di Galles. Ma alla battaglia di Tewkesbury i piani del giovane principe finiscono male. Muore e con lui la discendenza di Enrico VI, mentre in una battaglia di poco tempo prima (Barnet) era morto anche Riccardo Neville, conte di Warwick. Tutto è perduto per la casa di Lancaster...Lo stesso Giorgio si era riappacificato con Enrico suo fratello maggiore e Riccardo di Gloucester, suo fratello minore. Questo derivava dal fatto che aveva visto sfumare, con il matrimonio della cognata Anna Neville con il Principe di Galles poi morto a Tewkesbury. Anche qui sembrava finire una fase concitata del lungo conflitto. Siamo nel 1471.
Intanto per eliminare anche l'ultimo focolaio di speranza dei Lancaster veniva eliminato anche il prigioniero Enrico VI. Tuttavia questi anni, fino alla morte prematura di Edoardo IV nel 1483 videro l'esecuzione di Giorgio Duca di Clarence (molto probabilmente su istigazione della moglie di Edoardo) , nel 1478. Riccardo di Gloucester aveva preso in sposa la giovane vedova del Principe di Galles, Anna Neville.  Allo stesso tempo, un giovane rampollo della casata di Beaufort , un certo gallese di nome Enrico Tudor, era scappato in Britannia dopo la battaglia di Tewkesbury. Lo ritroveremo più avanti.
Come detto nel 1483 moriva Edoardo IV e gli succedeva il più grande dei suoi due figli avuti da Elisabetta, Edoardo (che sarebbe stato il V), tuttavia Lord Hastings portò alla luce la storia del doppio matrimonio di Edoardo, il che rendeva i due figli, Edoardo e Riccardo dei "bastardi" e quindi incapaci di ereditare il trono. Questo, nel 1483, voleva dire che Riccardo di Gloucester era il legittimo erede.
Su questo, con dovizia di prove e particolari, Ashdown-Hill non ha avuto dubbi e i suoi motivi sono abbastanza convincenti a dire il vero. Riccardo è il legittimo re, e la propaganda degli scrittori della corte Tudor sembra , dopo aver esaminato le prove, abbastanza debole per dimostrarne la malignità. Egli relega (non imprigiona) i due giovani principi nella Torre di Londra dove spariranno dalla vista entrando nella mitologia. Tuttavia quell'Enrico Tudor, riaffiora nella storia, sbarca in Galles e raduna un esercito...Riccardo gli va incontro, forse febbricitante si getta all'assalto, gli Stanley lo tradiscono e lui perde cavallo, corona...e vita. Per molti secoli perde anche il diritto a una sepoltura degna del suo ruolo, ma solo pochi anni fa il suo scheletro riaffiora nel parcheggio di un quartiere di Leicester.
Enrico Tudor viene proclamato re, lui che veniva da un pedigree reale molto dubbio (secondo Ashdown-Hill e anche secondo me!) , come Enrico VII. Inizia l'era Tudor e finisce la Guerra delle Rose. O no? Ashdown Hill fino a qui nel libro ha minuziosamente descritto gli eventi che tutti gli appassionati di storia conoscono, ma lui, con dati alla mano e la consueta capacità narrativa afferma che quel conflitto non finisce qui. Anzi, si protrarrà fino al 1588...data storica per l'Inghilterra. Ma non vi rivelo di più.
Che dire, Ashdown-Hill produce ancora un libro molto bello, semplice, ma che garantisce un punto di riferimento per conoscere questo complicato conflitto dinastico. Non è facile destreggiarsi tra gli scontri tra famiglie, spesso imparentate per mezzo di più membri della stessa famiglia. Sullo sfondo tra l'altro si combattono piccole e grandi battaglie tra famiglie che regolavano dei conti personali e indipendenti da questioni dinastiche "nazionali". Li immagino come dei grandi o medi centri di potere locale , a livello di contea, che voglio riaffermare le loro ragioni. La suddivisione del libro nelle canoniche fasi è preziosa per circoscrivere gli eventi e trattarli anche separatamente. Le alleanze che mutano (ma bisogna anche dire che si svolge tutto nell'arco di 30 anni) , lo sfondo della perdita dei possedimenti francesi (guadagnati alla fine della Guerra dei 100 anni, da quel grande Re che fu Enrico V) , la possibilità di creare degli eserciti molto numerosi da parte delle grandi famiglie nobili, crearono tutte una situazione esplosiva che portò a decimare le famiglie nobili dell'epoca.
Ho amato profondamente questo libro (il secondo libro che leggo di questo autore in pochi mesi) e rimpiango il fatto che ci abbia lasciato troppo presto, una grande perdita per il mondo degli storici.

Un altro bel libro scritto da John Ashdown-Hill e recensito qui sul blog:
https://omneignotopromagnifico.blogspot.com/2019/08/elizabeth-widville-lady-grey-edward-ivs.html













lunedì 30 settembre 2019

Robin Hood The Life and Legend of An Outlaw di Stephen Basdeo

Pronunciate il nome di "Robin Hood" e credo che quasi tutti vi sapranno rispondere così " ruba ai ricchi per dare ai poveri!". Ma fu davvero così? E quali sono le origini reali o letterarie di questo personaggio? In questo libro che recensisco oggi, Stephen Basdeo esamina le origini e le varie influenze che ci hanno portato a conoscere il personaggio di Robin Hood come è oggi.
Il libro edito da Pen&Sword History, ci porta, attraverso 8 capitoli fino alle origini del mitico personaggio della Foresta di Sherwood. Attraverso un processo di stratificazione della tradizione orale e di primi testi scritti risalenti alla metà del 1400, le narrazioni delle avventure di Robin Hood si espandono fino a sconfinare dal mito nella realtà. Molto di quello che conosciamo si realizza come una sedimentazione ad opera di autori vari nel corso dei secoli. Si passa dai racconti orali ai primi scritti che cristallizzano a metà del 1400 tradizioni orali vecchie già di secoli, fino alle ballate e pezzi teatrali che vedevano partecipare alle rappresentazioni delle storie di Robin Hood, come fosse un rito, tutta una comunità. Allo stesso tempo Robin Hood perde i suoi connotati di yeoman (ovvero un piccolo possidente terriero) e diventa un nobile , il Conte di Huntingdon. Robin Hood spesso viene rappresentato come un mito senza tempo ma è grazie a diversi autori che lo vediamo, come credo sappiano quasi tutti oggi, posto all'epoca di Re Giovanni Senzaterra, Re Riccardo Cuordileone e della "Magna Charta". Si può dire che Robin Hood sia più che volentieri un "contenitore" per esprimere delle idee rispetto a fatti, situazioni o politiche del tempo in cui scrive l'autore che riprende le sue avventure. E' il caso dei Robin Hood portati in scena alla fine della Guerra Civile e alla restaurazione della Monarchia di Carlo II (1660) . Lì nel finale tutti i personaggi in scena glorificano il Re ritornato. Robin Hood risente del periodo settecentesco, con lo studio di antiquari come Ritson che vanno a sviscerare le origini del mito, e poi si passa al romanticismo in cui le opere di Sir Walter Scott (Ivanhoe) rendono Robin Hood un eroe nazionale inglese, rappresentante della maggioranza anglo-sassone maltrattata dai normanni conquistatori. Scott fa un'opera di quasi storicizzazione del personaggio a tal punto che molti ancora oggi credono sia esistito davvero, sebbene sin dall'inizio non vi sia in nessuna opera o ballata l'indicazione di un contesto storico. E' grazie a Scott che i media recenti del 20° e del 21° ci hanno riportato il Robin Hood che conosciamo. E' ovvio che molti autori si conformano alle invenzioni di Scott, mentre altri sperimentano con delle piccole variazioni della storia, siano esse di contesto storico o di trama. Il finire del secolo 19° e l'inizio del 20° portano a conoscere un Robin Hood più socialisteggiante, quello che promuove l'uguaglianza mentre viene attenuata la questione razziale tra normanni e anglo-sassoni preminente nel periodo vittoriano. Robin Hood verso il finire del 19° secolo d'altronde inizia a diventare un tema per bambini oltre che per adulti, e molte parti della storia originale, o meglio delle storie originali, vengono edulcorate per la fruizione dei bambini. Tuttavia non sempre è così, visto che alcuni periodici vittoriani, tendono a evidenziare certi aspetti crudi attirandosi la furia moralizzatrice delle autorità.
Il libro non può esimersi dal trattare gli sviluppi del nuovo mezzo cinematografico agli albori del 20° secolo, con i grandi film hollywoodiani di Douglas Faibanks e di Errol Flynn. Se dovessi scegliere un film che per me caratterizza ed esemplifica il Robin Hood per eccellenza sicuramente sceglierei il Robin Hood del 1938 interpretato da Errol Flynn con la Lady Marian della fantastica (e longeva)  Olivia De Havilland. Ogni decade, fino ad oggi, ha poi avuto un Robin Hood, anch'esso frutto dei tempi, con influenze più o meno marcate della situazione sociale del momento. Alcuni sono stati godibili (come Robin&Marian con Sean Connery ed Audrey Hepburn nella parte dei protagonisti, ritratti però non più nel fiore degli anni) , altri pretenziosi (come il Robin Hood di Costner con un bravo Rickman però nella parte del cattivo sceriffo) altri ancora sono tornati a ripescare alcune caratteristiche evidenziate da Scott (la rivalità tra sassoni e normanni nel Robin Hood interpretato da Patricjk Bergin) mentre altri hanno puntato sulla spettacolarità di alcune scene e su un sottotesto quasi di ribellione, echeggiando le rivolte contro l'autorità del medioevo inglese (il Robin Hood di Ridley Scott con Russel Crowe in cui a mio avviso spicca una grande prima parte che poi viene tradita da una seconda parte molto lenta) . Non si possono non enumerare diverse serie tv e due piccole gemme come il cartone animato della Disney e la parodia di Mel Brooks. Come si può vedere Robin Hood è ancora sulla breccia, perchè può essere utilizzato, può piegarsi a tante ideologie, spesso a volte può essere frainteso. Tuttavia resta il grandissimo potere di intrattenimento delle sue storie che grazie a questo libro possono essere rintracciate ed apprezzate nella sua origine ed evoluzione.
Un grazie di cuore Pen&Sword History per avermi concesso il libro per la recensione.

Titolo: Robin Hood  The Life and Legend of An Outlaw
Autore: Stephen Basdeo
Pagine: 154
Link: https://www.pen-and-sword.co.uk/Robin-Hood-Paperback/p/16886












venerdì 6 settembre 2019

Castle to Fortress - Medieval to post-modern fortifications in the land of the former Roman Empire di J.E. Kaufmann - H.W. Kaufmann

Il libro trattato oggi riguarda il periodo finale della storia dei castelli nella loro utilità difensiva e la loro trasformazione in fortezze. Il libro, edito da Pen&Sword e scritto da J.E. Kaufmann e H.W. Kaufmann segue il primo volume dal titolo "Castrum to Castle" che, appunto come si può intuire, tracciava l'evoluzione dell'accampamento romano fino alle prime forme di castello. Il periodo trattato nel libro è quello che riguarda la grande evoluzione nei mezzi d'assedio, con conseguenti contromisure architettoniche. La narrazione dei vari tipi di castelli, della loro storia non può fare a meno della storia degli assedi che vengono citati nel libro. E' ad esempio singolare notare il gran numero di assedi che ebbero luogo nella Guerra dei Cent'Anni. Il libro è infatti diviso per nazione: abbiamo la Spagna, con le sue fortificazioni moresche a fianco a quelle realizzate dai re cristiani degli stati che poi si unirono per formare il Regno di Castiglia e Aragona. Segue la Francia cui sono dedicati due capitoli. Poi vi sono i territori di confine tra Francia e Sacro Romano Impero e negli ultimi due capitoli il Rinascimento con i castelli italiani e la fine del castello per come era stato conosciuto fino ad allora. Ho trovato particolarmente interessanti gli ultimi capitoli, dato che l'avanzamento della tecnica d'assedio e il miglioramento delle armi da fuoco pesanti come cannoni e bombarde avessero dettato la fine del castello per come era strutturato fino ad allora. Le alte mura fino ad allora garanzia di sicurezza ora erano quasi un imbarazzo per i difensori dato che rappresentavano un bersaglio molto grande per i pezzi d'artiglieria del nemico assediante. Un muro che fosse crollato anche sul margine superiore avrebbe messo a repentaglio tutta la struttura stessa. Allo stesso modo la guerra di mine si perfezionava richiedendo nuove soluzioni difensive. In questo caso il Rinascimento con la riscoperta di testi classici venne in ausilio dei difensori: Vitruvio prescriveva che le torri non fossero più quadrate (soggette a crolli più facili) ma tonde o poligonali. Allo stesso modo anche le fondamenta dovevano essere scavate in profondità. L'architetto Leon Battista Alberti, creatore della "Trace Italienne" fu il primo a teorizzare molti di questi principi difensivi. Le mura dovevano seguire un andamento irregolare, i bastioni dovevano supportarsi l'uno con l'altro, dovevano abbassarsi etc. Questi principi ovviavano alla potenza dell'artiglieria, dimostrata senza dubbio durante la Guerra dei Cent'Anni. La balistica oramai era conosciuta e queste fortezze angolari, con bastioni e mura basse, terrapieni e fossati colmi d'acqua servivano proprio a neutralizzare o limitare le nuove tecnologie d'assedio. A Padova nel 1509 vi fu il battesimo di queste nuove forme di fortificazioni, che comprendevano artiglieria anche in posizione difensiva e quindi ne dovevano garantire un impiego efficiente. Il treno di assedio dell'Imperatore Massimiliano che contava 100 cannoni non riuscì ad avere ragione dei difensori. Era nato un nuovo tipo di fortificazione che poi si perfezionò nel secolo successivo sotto la spinta di architetti quali Vauban.
Il libro consta di 248 pagine con 6 capitoli e 2 appendici (una riguardante le armi d'assedio, l'altra i principi di Vitruvio), il suo apparato iconografico è estremamente ricco con decine di castelli per ogni sezione, illustrati con foto e piante. E' un libro che consiglio per chi vuol conoscere la storia e l'evoluzione dell'architettura difensiva a cavallo tra la fine del medioevo e l'inizio del Rinascimento.
Un grazie di cuore a Pen&Sword per avermi fornito il libro per la recensione.

Titolo: Castle to Fortress - Medieval to post-modern fortifications in the land of the former Roman Empire
Autore: J.E. Kaufmann - H.W. Kaufmann
Pagine: 248
Link: https://www.pen-and-sword.co.uk/Castle-to-Fortress-Hardback/p/15789